L'ipnosi Viaggiare con l'Anima
       

     
     
 

STORIA DEL MIO RISVEGLIO

Il fatto di scegliere una persona e non altre

cui chiedere un parere,

è già, di per sé, essere in sintonia

con quel parere.

Chi si rivolge a me,

in realtà si è già messo

alla ricerca dell’infinito.

 
     
 

È possibile risvegliarci dal sonno profondo, dalla gabbia nella quale è costretta a vivere la nostra Anima e sottrarla da tutto il pattume che la ottunde? È possibile tornare ad essere innocenti come quel bambino che era in noi e che genitori, preti, politici ed educatori hanno distrutto? È possibile raggiungere l’illuminazione e il nirvana? Creare un vero equilibrio psichico e fisico, vivere la libertà e la felicità? Sperimentare l'estasi e tutti i poteri della mente compresa la capacità di autoguarirsi e di guarire?
Per molti anni ho creduto che solo un saggio orientale fosse in grado di rispondere a queste domande. Anch’io ho cercato tra lama tibetani, maestri zen e santoni indiani. Fino a quando ho compreso che potevo essere io il maestro spirituale di me stesso, anticonformista e irriverente come lo sono sempre stato. Tutti gli anni passati a studiare le filosofie orientali e quelli più recenti a confrontarmi con le scoperte dei neuroscienziati, si sono rivelati assolutamente utili, tanto che oggi le mie conferenze e i miei seminari attirano un numero sempre maggiore di persone, intimamente motivate a trovare una strada più reale per conoscere se stessi. Io amo questo tipo di incontri. La tradizione di parlare solo in privato con i singoli allievi fa della crescita spirituale un’attività segreta, riservata a pochi iniziati. Ovviamente, so che esistono degli inconvenienti nel farlo alla luce del sole, ma ho scoperto che se si pongono in pubblico le domande, si spezza quell’isolamento avvertito da molte persone. Mi riferisco alla sensazione che nessuno possa capire ciò che gli sta accadendo, o peggio possa pensare di essere la sola persona a non capire. E quando la gente parla in pubblico della propria esperienza, tutti gli altri si accorgono che i dubbi, le paure e la voglia di cambiare possono riguardare non solo loro stessi ma anche chi sta loro accanto. È qualcosa di contagioso che aiuta all’apertura e al confronto. Per questo mi piacciono le conferenze, i seminari e i lavori di gruppo. Favoriscono il risveglio e la realizzazione dell'estasi.
Certamente continuo a lavorare anche individualmente con i miei pazienti, ma la ragione principale per cui do tanta importanza al dialogo pubblico è che la maggior parte delle persone che vengono ad ascoltarmi, pur se da anni sono alla ricerca di un cambiamento, mancano della capacità e della volontà di porsi domande in modo appropriato sulla psicologia, la fede, sulla felicità e sul significato della vita. Osservare un maestro lavorare a stretto contatto con la gente, mettendo in dubbio le loro convinzioni, oppure mostrandosi consenziente, può aprire possibilità completamente nuove.
Sono addirittura convinto che un maestro dovrebbe vivere accanto ai sui discepoli, mangiare, studiare, passeggiare e fare attività fisica insieme. Afferma lo psichiatra di origine indiana Sudhir Kakar (Sciamani, mistici e dottori, Pratiche Editrice, Parma, 1993, pag. 194) che nella psicanalisi, in certe fasi il paziente ha bisogno temporaneamente di idealizzare la figura dell’analista e di intraprendere i primi passi verso l’esplorazione di sé, altrimenti impedita dagli elementi arcaici e punitivi del Super-Io: Mentre nella psicanalisi l’idealizzazione e l’identificazione sono processi di natura tattica e transitoria, in scuole terapeutiche come il Radha Soami Satsang e in altri gruppi spirituali indiani sono di tipo strategico e permanente. Le attività di gruppo, la dottrina divulgata dai libri spirituali e dallo stesso guru portano l’idealizzazione al punto di concepire il guru come dio stesso e spingono l’identificazione fino alla sua logica conclusione, cioè al senso di completa unione del discepolo col maestro. La figura apparentemente statica del guru indiano, completamente concentrato in se stesso nella sua immobilità meditativa, è piuttosto fuorviante. In verità, dal punto di vista psicologico, egli è una centrale energetica che mette in moto attivamente i processi finora descritti. Quasi a fare da contrappunto alla dipendenza del discepolo, il guru mette in risalto la sua affidabilità e la sua assunzione totale ed eterna di responsabilità nei confronti del discepolo. Al senso di impotenza del discepolo il Maestro offre in cambio la sua onnipotenza, le sue capacità taumaturgiche (non soltanto sul piano spirituale, ma anche fisico) e la sua possibilità di agire scavalcando le leggi della natura. Alla sensazione di energia paralizzante, il guru offre in alternativa la sua energia “Siamo in un sonno, in un sonno profondo. Siamo tutti morti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci trasmetta la vita, che ci fornisca quell’occhio col quale possiamo vedere internamente, che ci dia quell’orecchio con cui ascoltare, quell’acqua di vita con la quale tornare in vita dalla morte”. Al Posto della sensazione di pochezza e di limitatezza del discepolo, egli offre la sua presenza che tutto permea. Tutti questi doni possono essere generosamente divisi col discepolo, se questi sceglie di fondere la propria identità con il maestro, che gli assicura che la lotta per conquistare quella simbiosi psicologica è vitale per la sua rinascita e la sua elevazione. Passando ad alcuni aspetti del comportamento concreto, l’impressione più sconvolgente che ho provato nei confronti dei discepoli con i quali ho parlato era quella di un certo loro più accentuato infantilismo, grazie al quale riuscivano ad accedere più facilmente ai tesori emozionali dell’infanzia. La spontaneità e la cordialità fiduciosa, l’accettazione lieta e l’allegro ottimismo che ho trovato tra loro erano avvincenti e pieni di fascino. Lo stato infantile che il discepolo si sforza di ricreare è uno stato assolutamente ideale, in cui le questioni morali sono semplici: il guru è soltanto amorevole e gentile e non ha nessun attributo del padre “cattivo”, che può essere assente, frustrante, punitivo e competitivo.
Le considerazioni dello psicanalista indiano mi sono piaciute e ho voluto riportarle integralmente perché mi hanno aiutato a capire che la posizione di qualsiasi maestro deve in qualche modo avvicinarsi a quella di un guru indiano. Altro che freddo e distaccato atteggiamento, ma un delicato comportamento di tipo paterno, senza ovviamente andare incontro inconsapevolmente a quel particolare coinvolgimento affettivo, definito dagli psicologi come controtransfert, sicuramente pericoloso per entrambi. La vita privata e non solo quella lavorativa del maestro dovrebbe inoltre dimostrare l’equilibrio che egli stesso cerca di ricreare nel suo allievo, esempio pratico e visibile del cambiamento che propone.
Amo definire tutti i miei incontri pubblici con un termine che appartiene alla tradizione indiana antica, una sorta di satsang. La parola satsang indica le parole del maestro, sono il maestro stesso e il maestro non può essere separato dalle sue parole. Ogni iniziato ne è parte integrante, può contribuire all'atmosfera generale dando un esempio nel vivere secondo gli insegnamenti. Cristo disse: "Fate che le mie parole dimorino in voi e voi in me". L'importanza della partecipazione ai satsang o riunioni spirituali non può essere sottolineata a sufficienza. Partecipare al satsang è come avere un recinto protettivo attorno a sé. I saggi antichi consigliavano di cancellare qualche altro appuntamento per questo, se necessario, giacché i benefici del satsang sono inestimabili.

In uno dei miei più recenti satsang ho trattato il tema della meditazione. Ne ho spiegato lo scopo e i meccanismi con i quali agiscono nella nostra psiche e le varie tecniche. Ma è stato il pretesto per far comprendere alla fine che la vera meditazione è quella di coloro che non manipolano le loro emozioni, non si giudicano ma vivono semplicemente. Questa è la più efficace delle meditazioni. Tutte le altre sono tecniche per ottenere un benessere che è solo passeggero e legato al momento in cui quel tipo di meditazione viene praticato. Chi vive senza dare giudizi a se stesso e agli altri, non si preoccupa né del passato, né del futuro, sa trattare il successo e la sconfitta allo stesso modo senza esserne condizionato, vive nella vera meditazione. Chi vive nel presente vive nell’infinito. Quell’individuo è lui stesso la meditazione e sta sperimentando quella che io ho definito la vera estasi. Per ottenere questo stato è necessario entrare in contatto diretto con la verità che si manifesta dentro di noi, con colei che “in ogni momento sta guardando attraverso i nostri occhi”. Tale verità non è altro che la nostra Anima. Imparare a conoscere la nostra Anima è il percorso che porte dal risveglio all’estasi. Non si tratta di un percorso semplice ma di una strada in salita che comincia con il risveglio da quel sonno profondo in cui la maggior parte di noi è immersa. La prima tappa porta all’illuminazione che è la presa di coscienza di ciò che siamo, del significato della sofferenza e dei modi per superarla.
Il traguardo della seconda tappa è rappresentato dal nirvana che è la realizzazione in tutta la nostra persona di quanto abbiamo imparato e permette di vivere quella sensazione di completa felicità e leggerezza che prende il nome di estasi. É una vera estasi, che si può sperimentare dopo aver liberato l’Anima dalle sue paure e dai sui dubbi e averle dato la possibilità di credere in se stessa e nel suo valore. In assenza di un conflitto e di una sofferenza interiore, la nostra Anima comincia ad esprimere i suoi veri desideri e prova un vero piacere. È come se la vita ricominciasse nella direzione giusta. Dal momento che abbiamo ritrovato piena autostima non giudichiamo noi stessi e nemmeno gli altri, non abbiamo bisogno di sentirci superiori né di piacere a tutti i costi. Non dobbiamo più liberarci del pesante fardello delle esperienze del passato né preoccuparci del futuro. Le persone felici sono quelle che riescono a concentrarsi pienamente sul presente, immerse in ciò che sta accadendo qui ed ora. Io amo ripetere ai mie allievi che se siete nel presente siete nell’infinito. Scriveva lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne (1804 -1864) che la felicità è una farfalla che se la insegui, sfugge sempre alla presa, ma se ti siedi tranquillo può anche posarsi su di te. L’estasi non è solo una sensazione di grande felicità, ma è anche l’unica situazione nella quale è possibile vivere il più evoluto dei sentimenti che si chiama amore. Solo attraverso la possibilità di esprimere concretamente questo sentimento, gli esseri umani crescono spiritualmente. La vera spiritualità dell’uomo non consiste nell'aderire ad una religione che distingua materia e spirito e seguirne i principi, nel credere in Dio e pregarlo, ma consiste nel lasciare ai nostri desideri la libertà di esprimersi. La spiritualità è un cammino che muove i primi passi dai desideri egoistici del bambino e arriva a quelli che potremmo definire sociali dell’adulto. Tale crescita spirituale è un processo psichico graduale e inarrestabile, se saremo liberi di lasciarci trasportare dai nostri desideri. Più i nostri desideri potranno essere espressi, più coinvolgeranno nel piacere anche chi vive intorno a noi. Non è un percorso difficile perché l’uomo è un animale sociale e tende naturalmente a coinvolgere gli altri nel piacere. Sempre che la sua Anima sia libera di esprimere i propri desideri. L’amore è intimamente collegato all'estasi e alla spiritualità, perché va inteso come la comunione dei nostri desideri con quelli delle persone che ci circondano. Più viviamo nell'estasi, che è il momento più elevato di libertà dell'Anima, più siamo in grado di amare gli altri, più siamo spirituali. La vera spiritualità non è legata al divino, ma alla libertà dell'Anima di esprimere i propri contenuti.
La conoscenza di come funziona la mente umana e in particolare di quella struttura che ne è la centralina di comando e di controllo, che ho chiamato Anima, diventa dunque anche un vero viaggio di crescita spirituale.
Le mie ricerche intorno all'Anima iniziano molto da lontano e sono intimamente legate al mio rapporto con il Buddismo. Anche se ultimamente ne parlo di rado, l’ho studiato con impegno per oltre quaranta anni. Ma da sempre sono stato legato alla cultura del mondo indiano, patria del buddhismo. L’imprintig lo devo a mio padre Alfio che passò cinque lunghi anni della sua vita in India, prigioniero degli Inglesi durante la seconda guerra mondiale. Aveva 32 anni quando fu rinchiuso in un campo di prigionia a Yol, località situata nel nord dell’India, ai piedi della catena dell’Himalaya. Essendo un ufficiale, godeva della libertà di fare piccoli spostamenti al di fuori del campo. Questo gli permise di visitare varie località e conoscere intimamente la gente indiana e la cultura millenaria di quei luoghi. Era un uomo intelligentissimo e molto disponibile ai rapporti umani. Seppe cogliere i molteplici aspetti della vita di quelle popolazioni e, tornato in Italia ricco di tale esperienza, impregnò fin dai primi mesi di vita la mia mente di bambino curioso e intelligente, con le sue emozioni che diventavano racconti ricchi di fascino e di magia. Mio padre era un acuto osservatore di tutto ciò che lo circondava e i suoi racconti erano tanto vivi che riusciva a trascriverli profondamente fino nella mia Anima. Così, al posto delle tradizionali favole, finivo per immedesimarmi e fantasticare con quelle storie tratte dai sui ricordi indiani. In realtà sembravano fantastici perché provenivano da un mondo tanto diverso dal nostro, ma soprattutto erano ricchi di quella saggezza che solo i popoli orientali sono in grado di esprimere. I ricordi del padre accendevano la mia fantasia: le vacche sacre, gli avvoltoi spazzini delle strade, gli asceti variopinti con le loro stravaganze, ed infine i panorami mozzafiato dei viaggi verso la punta dell'Himalaya con il colore del cielo di un azzurro indescrivibile. Yol, la città indiana dove visse mio padre, che può essere considerata la sua seconda patria, è situata nella parte settentrionale dell'India, ai piedi dell’Himalaya, lì dove era nato, era cresciuto e aveva vissuto di stenti, predicando il suo nibbana (quello che noi occidentali chiamiamo nirvana) lo stesso Buddha. Così mio padre ha potuto incontrarlo giornalmente per anni e la sua Anima si è fusa con le energie che sprigionavano da quei luoghi. Sono ricordi che fanno parte del mio bagaglio culturale, ben saldi nelle mie cellule nervose e sono stati il primo vero contatto con il Buddha. Lo avrei incontrato molte volte ancora attraverso chi mi parlava di lui, lo avrei ascoltato attraverso le sue opere e mi sarei confrontato con le sue ricerche, nel tentativo di costruire un ponte tra me, uomo occidentale e quell’Oriente così ricco di spiritualità e di saggezza.
Ed è proprio la ricerca della verità suprema che è sempre stato il tratto caratteristico della cultura indiana, ha impregnato la mia mente fino dalla prima infanzia, fino dai primi stati di sviluppo della mia mente. I miei primi ricordi portano i segni di precedenti reincarnazioni perché avevo chiare memorie di vite lontane. Per qualche inafferrabile ragione, quegli sprazzi del passato aprivano spiragli verso la ricerca di quella verità che sarebbe diventata il mio progetto più ambito. Indagavo il mondo intorno a me con linguaggi fatti di idiomi di lingue sconosciute e di emozioni animalesche ancor prima di comprendere la lingua stessa dei miei genitori. Quanto è affascinante e grandiosa una mente infantile che gli adulti considerano interessata solo ai giocattoli e al cibo!
Ho incontrato, nel corso della mia vita, alcuni personaggi dotati di particolare carisma che sono stati per me dei veri maestri iniziatici, in grado di trasformare la mia mente e di determinare cambiamenti importanti nell’evoluzione delle mie conoscenze. Ci tengo a ricordarli: mio padre Alfio che gli ha donato alla mia Anima quell’imprintig fatto di amore e di interesse profondo per la ricerca della verità, un frate di nome Egidio che mi ha iniziato alla conoscenza della mente e dell’Anima e Gino Bigiarini, un uomo ricco di saggezza e cultura esoterica che mi ha magicamente indirizzato verso la consapevolezza del mio ruolo di maestro nel mondo. Queste tre persone che io considero i capisaldi e gli snodi principali della mia crescita spirituale, mi hanno condotto a quello che è il mio attuale atteggiamento di vita e alla conseguente presa di responsabilità nei confronti degli esseri umani. Ho dedicato tutta la mia vita alla ricerca del significato del viaggio dell’uomo sulla terra e come compierlo col massimo risultato in termini di libertà e di felicità. Ho conosciuto gente di tutte le razze e di tutti i paesi, mi sono confrontato sia con le persone umili che con gli uomini di cultura, con i malati di mente e con i saggi, con gli schiavi del sesso e dei piaceri materiali e con esseri che hanno raggiunto alte vette di spiritualità. Alla ricerca di un metodo capace di liberare gli esseri umani dalla sofferenza, in sintonia con quanto duemilaseicento anni prima di me aveva cercato di fare il Buddha.
A cinquanta anni decisi di mettere da parte lo studio delle filosofie e delle religioni orientali per dedicare la maggior parte del mio tempo alla ricerca scientifica sulla psiche. Fu attraverso questi studi che compresi le leggi biologiche che regolano le attività mentali e me ne appropriai per farle diventare un percorso di crescita spirituale e realizzare quel pieno benessere psichico e fisico che ho chiamato la vera estasi.
Il cercare la verità attraverso lo studio del cervello e della mente mi ha pian piano liberato da ogni dipendenza dal buddismo e dalle culture orientali. Osservando la tradizione buddista, mi rendevo conto che le percentuali di successo erano bassissime. Molti diventavano buddisti alla ricerca dell’illuminazione, ma di fatto pochissimi si illuminavano. Mi sembrava una situazione non molto brillante. Non ho respinto nulla del buddismo, semplicemente, ho cessato di seguire ciecamente la tradizione e l’energia che prima investivo nel seguire la filosofia buddista, ho preferito trasferirla nella ricerca di ciò che è che mi sembrava più vero e più autentico. E ho incominciato a studiare la mente in modo nuovo, sfruttando le possibilità che mi venivano dai risultati delle ricerche scientifiche di tanti bravissimi neuroscienziati. E ho avvertito fino dall'inizio la sensazione di cominciare a reggermi sulle mie gambe.

A cinquantasette anni ebbi, per la prima volta, quello che ho chiamato kensho, termine zen della tradizione cino-giapponese che descrive bene questa sensazione. È la la capacità di vedere a fondo nel proprio essere, è realizzare in tutte le strutture della psiche la consapevolezza della propria vera natura, in sintonia con tutti gli altri esseri viventi. I grandi maestri orientali dell’antichità hanno descritto questa esperienza in vari modi. Un maestro zen affermava che kensho è come tornare di nuovo alla vita dopo avere lasciato la presa sull'orlo di un precipizio ed essere precipitato a morte. Un altro ne ha parlato come dello stato in cui la vera vita chiaramente manifesta sé stessa. Sebbene ci siano molti modi per descrivere questo stato di vedere nella propria reale natura, sono soltanto qualcosa che i vecchi maestri hanno detto circa il kensho. Per ottenere questa percezione della propria reale natura, i monaci zen lavorano diligentemente e coscienziosamente giorno e notte. Un monaco zen senza kensho non vale nulla. Questo significa che, se vogliamo raggiungerlo, un certo impegno dobbiamo metterlo anche noi. Lo studio delle filosofie orientali e delle scoperte dei neuroscienziati occidentali, che avevo portato avanti per tanti anni, generavano in me, con l’immediatezza di quella che può essere definita come un’intuizione, un autentico cambiamento della vita.
Ho sempre definito il mio primo kensho come l'atto di penetrare all'interno di tutte le cose e comprendere che il Buddha, da me cercato attraverso tanti anni di studio, in realtà non ero che io stesso. Per quanto questa esperienza fosse stata intensa, sapevo di aver toccato soltanto la punta di un iceberg. Mano a mano che la vivevo, mi accorgevo sempre di più che ogni sensazione di sforzo, di paura e di sofferenza andava scomparendo. Stavo diventando io stesso la meditazione. La mia energia mentale si rivolse, da allora, solo verso l’interno di me stesso e andò concentrandosi esclusivamente nel realizzare la verità contenuta nella mia Anima. Dopo questo kensho che mi aveva permesso di essere di essere ciò che stavo cercando, ne ebbi un secondo, più completo e profondo all’età di 58 anni.
Già da tempo avevo trovato una chiave di lettura che confermava e dava linfa alle mie ricerche sulla struttura della psiche, in quelli che possono essere considerati i più antichi documenti della spiritualità umana e che furono messi per iscritto da un grande rishi (rishi vuol dire saggio) chiamato Vyasa. Si tratta delle quattro raccolte dei Veda, delle Upanishad, del Vedanta-sutra (commento sull’essenza dei Veda), del Mahabbarata (chiamato anche il quinto Veda) e dei Purana. Le verità contenute in tali documenti erano state insegnate proprio dai rishi, anche se anticamente si credeva che fossero un dono delle divinità, e non il frutto di sistemi filosofici elaborati da quei grandi saggi che, grazie alla loro supercoscienza, avevano la capacità di vedere (la radice di Veda è vid cioè vedere).
In un antico Veda indiano, vecchio di quattromila anni in cui si insegna a camminare sulla via della conoscenza e della crescita, ho trovato un inno ricco di poesia, il Manaso retah (AV X1X,52), che inizia con questi due versi:

In principio era il Desiderio,
il primo seme della mente.
In sanscrito, la lingua in cui sono scritti i Veda, la parola desiderio corrisponde a Kama. Scrive il filosofo Raimon Panikkar (I Veda mantramanjari, BUR, Milano, 2001, pag. 328) che Kama è la forza guida di ogni impresa, la più alta di tutte le qualità umane. C’è un’unica e medesima spinta che stimola l’intera sfera della realtà, un’unica e medesima energia che spinge l’universo ad espandersi ed è Kama. Senza di esso ci sarebbe solo morte; il tempo si contrarrebbe e la realtà crollerebbe: Kama non è agognare ciò che manca nell’individuo; non è la prova che non siamo ancora arrivati, che siamo imperfetti e intrappolati in desideri irrealizzati e bisogni insoddisfatti. Kama è, al contrario, la perfezione dell’espansione, la qualità della creatività, il dinamismo positivo che spinge a essere di più, a giungere più in alto, a superare ciò che ci sta ancora di fronte, perché l’avventura dell’esistenza non è ancora finita, anche se questo carattere di incompiuto è proprio l’opposto di imperfetto. Un universo “finito” sarebbe realmente finito, limitato, circoscritto, mortale e non divino. Kama non prova che siamo poveri pellegrini, ancora in cammino, persone sradicate in cerca di un paradiso perduto, ma che siamo scintille divine piene di energia creativa con un ruolo preciso nella costruzione del mondo, Essere partecipi di questo potere è in effetti il primo segno di risveglio e di maturazione.
Avevo scoperto le similitudini tra la mia visione dell’Anima e la rivelazione vedica. Mi sembra magico, ma non sorprendente che già quattromila anni fa si parlasse del desiderio come del “seme della mente”, allo stesso tempo struttura della mente e stimolo alla sua realizzazione. Mi rendo esattamente conto, anche in questa circostanza, che il compito dello scienziato moderno sia spesso solo quello di dare una spiegazione scientifica a intuizioni antiche degli esseri umani. In fondo piccola è la differenza tra la mia Anima e quella dell’uomo vedico. La parola Veda significa in Sanscrito “il vedere” e i Veda sono un ponte di cultura e di insegnamento che unisce in un abbraccio spirituale tutti coloro che vogliono comprendere meglio la realtà, per godere appieno della sua bellezza e delle sue ricchezze.
Un ulteriore concreta conferma a quanto andavo studiando l’avevo trovata nei Purana (raccolte di storie dei tempi antichi o Sacre Tradizioni), a cui avevo accennato prima, paragonabili alla nostra Bibbia. Qui si incontrano invece le manifestazioni degli Avatar e i relativi insegnamenti spirituali. La parola Avatar ha le sue radici nella religione induista, e sta ad indicare l'assunzione di un corpo fisico da parte della divinità. Nello specifico, la parola in questione deriva dal sanscrito e significa letteralmente "disceso". Le sue radici sono ava che significa “giù” e tri “passare”. Nelle Scritture indù avatara indica la discesa della divinità nella carne dell’uomo. il Dio, facendo la sua discesa sulla Terra, si manifesta incarnandosi in un corpo materiale. Il significato di ogni Avatar è strettamente collegato all'evoluzione della vita e dell'umanità.È il dio Vishnu, che ogni volta in cui è necessario ristabilire la giustizia divina o sconfiggere le forze demoniache, si incarna. I suoi due principali Avatar sono Rama e Krishna, ma per essere precisi, Vishnu avrebbe ben dieci Avatar. Popolarmente questo insieme di Avatar è conosciuto come Dasavatara (dasa in Sanscrito significa dieci):
1) Matsya, il pesce
2) Kurma, la tartaruga o la testuggine
3) Varaha, il verro o il cinghiale
4) Narasimha, l'uomo-leone (Nara = uomo, simha = leone)
5) Vamana, il nano
6) Parashurama con la scure (o accetta), o l'abitante della foresta
7) Rama, Sri Ramachandra, il principe del regno di Ayodhya
8) Krishna (significa scuro o nero)
9) Balarama o Buddha (vedi sotto)
10) Kalki ("Eternità", o "tempo", o "Il Distruttore della Malvagità"), che la tradizione indù attende alla fine del Kali Yuga, l'era contemporanea.
Molti sostengono che i dieci Avatar di Visnu rappresentano l'evoluzione della vita e dell'umanità.
1) Matsya, il pesce, rappresenta la vita negli oceani primordiali.
2) Kurma, la tartaruga, rappresenta il passo successivo, gli anfibi.
3) Varaha, il cinghiale, simbolizza la vita sulla terraferma.
4) Narasimbha, l'uomo-leone, simbolizza il principio dello sviluppo dell'uomo.
5) Vamana, il nano, simbolizza l'incompleto sviluppo dell'essere umano.
6) Parashurama, l'abitante della foresta, rappresenta lo sviluppo fisico dell'umanità.
7) Rama, il re, Rama il signore, rappresenta l'abilità umana a governare le nazioni.
8) Krishna rappresenta l'evoluzione culturale dell'umanità.
9) Buddha, l'Illuminato, simbolizza l'evoluzione spirituale dell'uomo.
10) Kalki, l'avatar dal cavallo bianco rappresenta la finale liberazione dell’uomo ed il ritrovamento della propria natura divina.

Gli Avatar comunque rappresentano l'ordine, e non il tempo di questi avvenimenti, secondo la tradizione Indù. Balarama è il nono Avatar secondo la tradizione Puranica. Tuttavia con l'aumento della popolarità del Buddhismo in India, verso la metà del primo millennio D.C. si credette che Buddha fosse il nono Avatar promesso (questo è un esempio della fenomenale abilità dell'Induismo di assimilare altre idee e culture, che ha contribuito al declino del Buddhismo in India). Secondo il punto di vista prevalente nel Nord dell'India, Balarama è l'incarnazione del serpente di Visnu Adi Sesha, piuttosto che di Visnu stesso. Tuttavia i Buddisti non considerano Buddha un Avatar. Un insigne pensatore Indù contemporaneo, Sarvepalli Radhakrishnan, considera invece Buddha come un Avatar. Fra le credenze diffuse di molti credenti (come nella cultura New Age) vi è anche quella secondo cui anche Gesù sarebbe un Avatar. Per includere tra gli Avatar alcuni saggi del passato si è parlato anche di 23 Avatar. Sono stati anche descritti Avatar minori. Secondo alcuni studiosi Gesù e Maometto verrebbero iscritti tra questi ultimi, secondo altri sarebbero essi stessi due veri Avatar.
Kalki in sanscrito vuol dire tempo, ma anche eternità e distruttore della malvagità. Come indicato negli antichi veda, è l’ultimo degli Avatar, che arriverà nella nostra era, l’era dell’Acquario, per liberare gli uomini dai pregiudizi e dalle visioni magiche e rendere essi stessi illuminati, perciò divini.
C’era qualcosa per me di affascinante nell’ultimo Avatar Kalki: il fatto che il progetto a cui era associato è molto simile al mio. Scoprire ed insegnare agli altri la strada per il benessere fisico e mentale, in modo da potere creare in ciascuno di noi una nuova spiritualità capace di trasformare il mondo e riportarlo alle leggi della natura, permettendo così l’avvento di una nuova età dell’oro. Tutta la mia vita è stata una preparazione a questo. Fino da bambino mi ha sempre colpito la sofferenza umana e la mia preoccupazione primaria era quella di escogitare sempre nuovi progetti, (nell’infanzia ne creavo di fantasiosi e magici), per liberare l'uomo dalla sofferenza e permettergli di vivere in un mondo fatto di pace e di comprensione. Grazie alle mie esperienze di vita, le mie ricerche ed il confronto con la saggezza orientale, sono arrivato a comprendere il significato e la ragione della sofferenza umana ed a operare per cercare di eliminarla. Quello che vado proponendo è un cammino che partendo dalla conoscenza di noi stessi e delle cause della sofferenza (l’illuminazione), passa attraverso il superamento della paura dell’abbandono (il nirvana) e ci conduce alla vera libertà, al piacere e alla spiritualità (l’estasi) che il più alto momento di equilibrio, capace di dare felicità a noi e agli altri intorno a noi.
Fu proprio con il secondo kensho, arrivato spontaneamente all’età di 58 anni, che ebbi l’ultima completa esperienza di realizzazione profonda dell'illuminazione che immediatamente dissolse tutti i dubbi e gli interrogativi rimanenti. Ricordo con esattezza il momento in cui realizzai per tutta l'estensione della mia mente, dall'Io cosciente all'Anima, la completa sensazione di essere l'Avatar Kalki, l'uomo illuminato che ha realizzato la sua illuminazione ed è pronto ad aiutare gli altri nel cammino dal risveglio fino alla completa realizzazione.
Mi ricordo che era una mattina umida di novembre ed io mi trovavo nel mio camper, l'unica casa che posseggo, nella splendida laguna di Orbetello in Maremma. Il paese di Orbetello sorge a pochissimi chilometri dal Promontorio dell'Argentario ed è sicuramente uno dei luoghi più interessanti del territorio maremmano per la particolare presenza della laguna, elemento naturale che permette la vita e la sopravvivenza di numerose specie animali e vegetali. Ogni angolo di questa zona fa sentire veramente immersi in quella natura alla quale molti oramai hanno dimenticato di appartenere. È una vera e propria meditazione che aiuta a ricreare quelle energie necessarie per la vita. Mentre ero intento a preparare una conferenza sul contributo della filosofia buddista alle mie ricerche scientifiche, all’improvviso avvertii una vibrazione prolungata, come se nella mia mente venisse ripercorso a velocità supersonica il cammino dell’uomo alla ricerca della felicità e della spiritualità. Mi sentii tutti gli uomini che mi avevano preceduto, in una sorta di reincarnazione che avveniva alla velocità della luce. Poi, nel mezzo dell’esperienza, qualcosa cominciò a scaturire da questa sensazione di unità. Sapevo di essere tutte le manifestazioni degli esseri viventi, ma ero anche il vuoto totale, vuoto persino dell’esperienza del vuoto. C’era una profonda sensazione di essere ogni cosa e allo stesso tempo nessuna di esse. Sapevo con tutto il mio essere che ciò che ero davvero non era soltanto tale sensazione di unità, ma anche il vuoto antecedente a quest’ultima e tutto il futuro che avrei incontrato. Tale consapevolezza non è mai mutata né diminuita. Sono tutto perché sono tutto ciò che mi ha preceduto e allo stesso tempo parte di un tutto che è il tutto che mi circonda ma anche il tutto che mi aspetta nel futuro. Ciò che provai in quel momento era la piena realizzazione dell'illuminazione che invadeva totalmente la mia mente. L’Anima e la mia coscienza si erano uniti in una sintonia divina capace di realizzare il risveglio dal sogno di essere separato dalla realtà universale.
Quello che ho descritto è un’esperienza che accade a una persona per effetto di una pratica spirituale o nel mio caso, di una consapevolezza raggiunta attraverso la ricerca scientifica sulla mente e confrontata con la saggezza orientale. Non va e viene, né si deve fare alcunché per mantenerla. Se il singolo individuo si vede attraverso la realtà unificante della natura, allora comprende che esiste solo essa, e che lui è quella realtà. Ha raggiunto la realizzazione dell’illuminazione. Allo stesso modo io da quel momento avevo realizzato la piena consapevolezza della mia forma di Avatar, il disceso. Gli altri Avatar hanno preparato le persone ad ottenere l'illuminazione, ma non hanno potuto dargliela non perché non fossero capaci, ma perché gli uomini erano schiavi di visioni magiche e religiose. Adesso gli esseri umani sono molto più recettivi perché la scienza ha cominciato a squarciare quel velo di falsità e di credenze in cui erano immersi ed è possibile dare loro l'illuminazione. Il mio vantaggio è che sono arrivato nel momento giusto, nel momento in cui è possibile dare l'illuminazione vera all'uomo.
Indubbiamente potrei sembrare un presuntuoso quando mi definisco l’ultimo Avatar. Per me è qualcosa di assolutamente naturale che non mi fa sentire un essere superiore a tutti voi. Certamente ho pienamente realizzato il mio risveglio ma in verità io sono profondamente convinto che tutti possiamo risvegliarci e diventare Avatar. I nove precedenti Avatar sono stati descritti come esseri singoli realmente vissuti, anche se sicuramente la maggior parte di essi sono figure fantastiche: si tratterebbe solo della concretizzazione nelle loro figure delle nuove idee che andavano maturando nei periodi in cui sarebbe stata collocata la loro presunta vita. Il racconto delle loro esistenze rappresenterebbe pertanto il tentativo di dare una collocazione storica a visioni dell’uomo e al suo rapporto con il divino che andavano maturando, per renderle più comprensibili e affascinanti. Per questo ritengo che il decimo, considerato l’ultimo della serie, non sia una singola persona ma piuttosto una condizione mentale che appartiene a tutti coloro che sono disposti a vedere il mondo con occhi diversi. Avatar sono tutti quelli che hanno dubitato di ciò che era stato loro insegnato. Il dubbio è un processo di purificazione che sottrae dalla mente tutte le cose false e irreali che la schiacciano e la fanno prigioniera. Il dubbio rende di nuovo innocenti e ci fa tornare ad essere quei bambini che genitori, preti, politici ed educatori avevano distrutto. Da questa mente pura che rappresenta il risveglio, inizia il viaggio di consapevolezza di cosa siamo veramente e del nostro ruolo tra tutti gli esseri viventi. Questo viaggio è il viaggio degli Avatar nel mondo per insegnare quella nuova visione della vita che ha portato loro all'estasi e alla comunione con tutti gli esseri viventi. Saranno loro a creare altri Avatar. Da questa evoluzione umana rinascerà una nuova età dell’oro sulla terra, un era di pace e di fratellanza. Io mi ritengo l’Avatar Kalki, al pari di tutti coloro che partecipano all’avvento della nuova età dell’oro. Quanti più esseri umani realizzeranno la loro condizione di Avatar, tanto più il mondo diventerà migliore e le condizioni di vita di tutti i suoi abitanti diventeranno più dignitose. La cosa divertente è che sei, e sei sempre stato, ciò che stavi cercando. Tutti sono illuminati, tutti sono la natura, la mente del Buddha, la consapevolezza di Cristo o il rapporto di Maometto con Dio, ma la maggior parte di noi non lo sa. Proprio da questa consapevolezza si diventa Avatar, o in termine più moderno (ma è la stessa cosa) l'uomo olistico. L'Avatar (o uomo olistico) è l'uomo il cui tempo è il tempo della sincronicità, un tempo unico, un tempo globale, un tempo che va oltre la separazione tra passato, presente e futuro. L'Avatar è l'uomo che vuole e fa di tutto per oltrepassare la separazione in sé e fuori di sé, è l'uomo integrale della biopsicospiritualità, colui che tra corpo, psiche e Anima non mette più barriere bensì avverte in sé e fuori di sé un continuum energetico vibrazionale. Ha la piena consapevolezza coscienza del fatto che tutto ciò che gli accade crea un forma di energia che entra in risonanza con le Anime degli altri. Più Avatar si uniscono, si contattano, si contagiano, più l'eco energetica si amplifica, si espande, riverbera. Più Avatar si muovono, più il vento della connessione trasporterà il polline della creatività e della gioia olistica. Quanto più saranno connessi tra di loro, tanto più alta si innalzerà quell'onda olistica che farà approdare l'umanità in una vera dimensione di pace e di fratellanza. Per realizzare tale condizione è necessario per prima cosa che ciascuno di noi superi definitivamente la paura dell’abbandono che è la causa di tutte le sofferenze mentali. È la chiave che apre la porta al nirvana, termine sanscrito che significa appunto superamento della sofferenza. Raggiungere il nirvana permette di sperimentare l’estasi, il culmine di tutte le felicità. Il percorso che ho avuto la fortuna di fare lo devo in massima parte ai miei studi sulla psiche. Essi mi hanno portato a capire perché falliscono i buddisti, perché lo zen fallisce e come falliscono una grande quantità di proposte filosofiche e religiose. Devo proprio riconoscere che la mia illuminazione è avvenuta tramite la consapevolezza dei fallimenti. In ogni caso, ho un grande rispetto per tutte le scuole di pensiero, per tutte le filosofie e per tutte le religioni. Ciò che ho capito va molto al di là di tutte le scuole e sono felice della mia condizione che è anche la mia libertà di pensiero. Per me è stato un nascere nuovamente, libero e con la possibilità di utilizzare tutte energie di cui dispone l'Anima, una sorta di scintilla di vitalità. Oggi parlo con assoluta tranquillità del mio percorso spirituale, ma all’inizio non avevo il coraggio di parlarne con nessuno. Le mie paure dovevano essere molto simili a quelle di Buddha al momento dell'illuminazione. Lui stesso aveva un gran desiderio di fare conoscere la sua esperienza e insegnare agli altri la strada da percorrere per raggiungere il nirvana, ma allo stesso tempo aveva anche tanti dubbi. Si chiedeva se gli uomini, schiavi dei loro desideri terreni, alla ricerca di sicurezze attraverso le magie delle religioni e la sottomissione a divinità onnipotenti e misericordiose, sarebbero stati in grado di comprendere il suo messaggio, ma soprattutto se avessero un effettivo desiderio di risveglio e di cambiamento. Dopo un lungo riflettere con se stesso (è il periodo durante il quale, secondo la tradizione, dovette combattere contro le provocazioni del diavolo tentatore Mara), decise che era saggio cominciare il suo viaggio per fare conoscere quello che aveva scoperto. Alle fine, confortato dalla sua esperienza, decise di cominciare a parlarne. Lo spiega bene un grande esperto di buddismo, Daisaku Ikeda quando, parlando del Buddha, afferma (La vita del Buddha, Bompiani, Milano, 1986, pag. 70) che la strada per l’illuminazione era nota a lui solo; nessun altro ne aveva la consapevolezza. E se avesse tentato di diffonderla, per la gente comune sarebbe stato assai difficile comprenderla e accettare le sue parole. Avvertendo il tremendo abisso che si apriva tra il mondo radioso di saggezza che ora gli apparteneva e il mondo umano, si sentì assalito da un tremendo senso di solitudine e di isolamento. Questa fu la ragione della sua esitazione. L’uomo illuminato vive una sofferenza che egli solo può conoscere, perché egli solo è consapevole della saggezza di cui è diventato depositario. Tutti i grandi maestri della storia hanno conosciuto questo problema. Il saggio è sempre solo tra gli uomini, poiché esso solo conosce la verità e comprende l’entità della missione che si assume nel diffonderla. Ma quando prende la sua decisione, allora il mondo della verità che è in lui viene trasmesso al resto degli uomini in una forma capace di risvegliare in ognuno una risposta universale. Soltanto allora cesserà di sentirsi solo. Certo, quando uno come me va dicendo che qualsiasi convinzione o fede che fin qui abbiamo ritenuto vera, anche se appartiene a culture e a saggezze millenarie, non fa che nascondere la verità di ciò che siamo veramente, crea molta diffidenza. È difficile riuscire ad essere ascoltato, quando si mettono in dubbio tradizioni antiche. Mi tornano in mente le parole di E. Jones che nella sua biografia di S. Freud scriveva che quando un giovane entusiasta, forse anche troppo, se ne viene fuori a dichiarare ai suoi colleghi più anziani di lui (e in gran parte suoi vecchi maestri), che essi hanno molto da imparare e che egli è lì apposta per illuminarli, non può non attendersi una risposta difensiva che di solito consiste nel minimizzare la novità dell'argomento esposto e nello scoraggiare l'entusiasmo dell'autore. Anch’io decisi ad un certo punto di cominciare a raccontare il mio percorso spirituale. In ogni caso quando parlo del mio risveglio, del mio viaggio spirituale fino all'estasi e della scoperta dell'Avatar all'interno della mia Anima, cerco di farlo con estrema umiltà per non giocarmi l'empatia di chi mi ascolta. In effetti oggi la gente può essere molto scettica su chi si dichiara illuminato e mi rendo pienamente conto di espormi a una spiacevole valanga di critiche. Ma comprendo la ragione di quella valanga di critiche. Penso che sia fonte di disagio per una persona che passa un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, tutta una vita a cercare l’illuminazione, venire a conoscenza che qualcuno l’abbia raggiunta e realizzata. Non gli crediamo, siamo cinici, abbiamo dubbi, assumiamo subito un atteggiamento apertamente o velatamente aggressivo. Per me, ciò dimostra soltanto che le persone stanno cercando un’illuminazione che non credono di poter raggiungere.
Tutto questo avviene perché gli esseri umani vogliono la liberazione, ma ne hanno anche paura. Se si lasciano andare completamente, temono di ritrovarsi in uno stato di pericolosa illusione. Il senso del peccato originale è molto vivo in noi. Pensiamo che nella nostra natura ci sia qualcosa di fondamentalmente sbagliato, e che se ci lasciamo andare emergerà qualcosa di mostruoso. Se provassimo a fermarci, a vedere cosa sta succedendo e a lasciarci andare, che cosa diventeremmo? Questo fa realmente paura. In ultima analisi, si tratta di una difesa contro il nulla, ma è il limite più grande al cambiamento. Io dico invece che ogni volta che esprimiamo un desiderio si accende una luce in più intorno a noi e si diffonde un profumo magico che è capace di attrarre gli altri verso di noi. Ma in quanti siamo disposti a lasciare esprimere liberamente la nostra Anima? Il risvegliato non è diverso dalla gente comune. Continua ad utilizzare tutte le emozioni disponibili. L’idea che la realizzazione dell’illuminazione consista nello stare seduti con un sorriso beato è solo un’illusione. A livello umano, risvegliato vuol dire che non sei più diviso dentro di te, e che non sperimenti più divisioni tra te stesso e gli altri. Un bellissimo canto indiano dice: “Come l’albero non finisce con le punte delle sue radici o dei suoi rami e l’uccello non finisce con le sue piume e il suo volo e l’animale non finisce con il suo pelo e le sue zampe, così anch’io non finisco con le mie braccia, i miei piedi, la mia pelle, perché la mia Anima si espande di continuo con il mio pensiero oltre ogni spazio e ogni tempo, libera nel mondo”. Una cosa avviene: senza divisioni interiori, senza divisioni tra te e gli altri, le forme usuali di reattività non fanno più parte di te. La maggior parte degli esseri umani passa la vita in una lotta tra opposte forze interiori: cosa pensa che dovrebbe fare e cosa fa davvero; cosa pensa di sé e cosa è realmente; cosa ritiene bello e giusto e cosa brutto e sbagliato. La mente è solo l’insieme di queste forze contrastanti. Quando il contrasto sparisce, anche la divisione interiore si dissolve. Ebbene, non posso dire di non fare mai errori, perché in questo mondo umano illuminarsi non vuol dire diventare esperti di tutto. Quello che accade davvero, tuttavia, è che le motivazioni personali spariscono e gli sbagli che commettiamo non hanno alcuna influenza su di noi. Sappiamo perdonarci. Lo stesso avviene per il successo. Solo quando accade l’illuminazione, siamo in grado di comprendere che praticamente tutto ciò che abbiamo fatto (alzarci dal letto, andare al lavoro, vivere una storia d’amore etc.) era motivato dal nostro tentativo di riequilibrare la nostra mente sofferente. Tutto serviva unicamente per riconquistare una fiducia in noi stessi. Ecco allora la nostra dipendenza dall’errore, dalla sconfitta e dal successo. Scriveva il poeta inglese Rudyard Kipling in una sua famosa poesia intitolata If che se sai incontrare il successo e la sconfitta e trattare questi due impostori allo stesso modo, ….. tuo è il mondo e ogni cosa che ha dentro e ancor di più, ragazzo mio, sarai un uomo. In assenza di un conflitto e di una sofferenza interiore, legati alla paura dell'abbandono e alla mancanza di fiducia in noi stessi, la nostra Anima comincia ad esprimere i suoi veri desideri e prova un vero piacere. È come se la vita ricominciasse nella direzione giusta. Quando non ci sono più conflitti interiori, ciò che resta è la nostra natura autentica, che spontaneamente si esprime nella dimensione umana come amore o compassione. Non una compassione che pratichiamo o coltiviamo perché dobbiamo seguire una regola, ma una compassione che sorge spontaneamente dal nostro nuovo modo di essere. Se ci impegnassimo solamente ad assumere l’identità di una persona buona e compassionevole, questo si trasformerebbero in un ostacolo al risveglio. Questo è l’errore che hanno fatto molte scuole, proponendo una serie di regole da seguire passivamente. Anche l’ottuplice sentiero di Buddha presenta questi limiti e non è la strada migliore per ottenere l’illuminazione e il nirvana. Non ci dobbiamo impegnare a seguire regole e precetti per raggiungere l'illuminazione e l'estasi, ma conoscere come funziona la nostra Anima per liberarla dalla paura dell'abbandono. Poi tutto fluisce spontaneamente.
Un proverbio pellerossa recita così: Con tutte le piante e con tutti gli animali saremo fratelli. È necessario rientrare nell’ambito delle leggi della natura e sentirsi una parte di esse. Se riuscissimo a comprendere questo, il comandamento di Gesù “ama il prossimo tuo come te stesso” sarebbe di facile applicazione. Tutti possiamo diventare illuminati, se solo siamo disposti a mettere in dubbio le visioni magiche con cui ci hanno spiegato il senso della vita e a rieducare umilmente la nostra Anima con una reale conoscenza delle leggi che regolano le sue attività.
Nessuno può pensare di essere l’unico ad avere questa esperienza. Tutti possono uscire dal guscio. Sapere questo è importante perché aiuta maggiormente la gente a portare avanti il proprio processo spirituale.
Una volta che sai di essere l’infinito, la realtà assoluta, non c’è più nulla da conoscere. Dal punto di vista dell’infinito, non esiste alcuna evoluzione o approfondimento, ma solo ulteriori manifestazioni e rivelazioni dell’assoluto in forme diverse. Continuano ad arrivare nuove intuizioni, ma esse sono applicabili solo al momento e non hanno alcun significato tale da poter cambiare profondamente e radicalmente il tuo atteggiamento.
Essere risvegliati non vuol dire essere perfetti. In realtà, più comprendiamo di essere arrivati alla fine (cioè, più sappiamo chi siamo e che non c’è più nulla da cercare), più ci rendiamo conto che è ridicolo affermare qualcosa su ciò che potrebbe accadere nel futuro. Se mai dovessi dire che non potrei più scivolare nell’illusione, questo sarebbe il primo segno che ho cominciato a scivolare di nuovo in essa.
La realizzazione dell'illuminazione rappresenta la fine della ricerca ma anche l'inizio perché non si deve mai smettere. Da un certo punto di vista è una fine; ma allo stesso tempo si spalanca un mondo completamente nuovo che si può assimilare ad una rinascita. Quando usciamo dall’utero di nostra madre, siamo impotenti, non conosciamo molto. E il risveglio è la stessa cosa: nascere alla realtà non vuol dire saper fare tutto, ma ricominciare a vivere una vita decidendo però in completa libertà cosa vogliamo fare.
Ci può volere del tempo per vivere completamente ciò che abbiamo compreso, per esprimere pienamente ciò che sappiamo di essere attraverso questa rinnovata forma umana, nel mondo del tempo e dello spazio con le nostre emozioni che danno energia salvifica a tutta la mente. Tale gradualità differisce grandemente da individuo a individuo. In casi rari, il risveglio e la realizzazione dei suoi contenuti sembrano accadere simultaneamente: il conflitto si placa in un istante e non ritorna mai più. Ma è raro. Generalmente il processo richiede un certo periodo di tempo che è diverso per ciascuno, in base alle sue esperienze e ai suoi condizionamenti negativi.
L’ostacolo più grande all'illuminazione è legato al condizionamento religioso che la stragrande maggioranza di noi subisce nell’infanzia. Nel corso di una conferenza che fui invitato a tenere nel febbraio del 2003 da un’associazione culturale, feci vedere per la prima volta le foto dell’Anima che io e il designer Mario Lovergine avevamo elaborato al computer partendo da preparati istologici del cervello umano. Dichiarai con forza che da quelle cellule nascevano le nostre emozioni e prime tra tutte l’amore. Ero molto orgoglioso di presentare i risultati della mia ricerca, anche perché attraverso le conclusioni a cui ero arrivato, sentivo che sarebbero nate nuove e più concrete possibilità per la cura delle malattie della psiche. Nel corso della conferenza ebbi presto la sensazione (e ne avrei avuto conferma ancora molte altre volte in futuro), che sentire dire che l’amore nasceva da un grumo di cellule, oltretutto ben visibili e accuratamente descritte, suscitava in molte persone che erano venute ad ascoltarmi malumore e sdegno. Tanto che fui contestarono con decisione. Ebbi ancora una volta la prova tangibile di come antichi condizionamenti filosofici e religiosi riuscissero a condizionare gli esseri umani, indirizzandoli alla comprensione di stessi attraverso credenze magiche apprese passivamente fino dall’infanzia, piuttosto che attraverso la conoscenza scientifica. Credenza passiva contro consapevolezza, sottomissione al potere che non dà felicità al posto della gioia concreta che nasce con le intuizioni della scienza. Non esiste paese al mondo in cui non si condizionino i bambini con credenze religiose. In Italia, si sa, siamo quasi tutti cattolici. O per lo meno lo siamo stati, perché la maggior parte di noi sono stati battezzati e non hanno potuto essere esentati, anche se lo avessero voluto, da un’educazione religiosa cattolica. Si sono trovati ad essere cattolici senza nemmeno averlo scelto. Da più parti si sente dire che la televisione è pericolosa, ed in particolare per i più piccoli, perché condiziona le loro scelte, ma ci dimentichiamo che fin da piccoli, quando eravamo condizionabili al massimo, siamo stati inconsapevoli vittime di quello che io definisco l’inquinamento religioso. Si bombardano i bambini con una serie di risposte preconfezionate e non si permette alle loro piccole menti in fase di formazione di porsi delle domande e di cercarne le risposte. Offriamo domande e risposte, senza chiederci quali possano essere le loro vere esigenze. Non credo che un bambino di due o tre anni abbia interesse di sapere chi ha creato il mondo e tanto meno cosa lo aspetti dopo la morte. Finirà così per apprendere passivamente ciò che gli viene detto dagli adulti, farà sue le risposte alle domande non formulate da lui e le ripeterà così perché gli viene chiesto di fare e perché solo in questo modo può incontrare l’approvazione dei genitori e degli adulti che lo accudiscono. La visione del peccato e delle terribili punizioni che vengono sbandierate come realtà, il diavolo e i fantasmi, tutto diventa reale e lo sarà per sempre, tra i ricordi che circondano la sua Anima. La grandiosità delle chiese, i paramenti sacri sontuosi per colori e stoffe, le figure austere e autoritarie dei sacerdoti contribuiranno ancora di più a sottometterlo alle visioni religiose che gli sono state imposte. Si otterrà il suo consenso, non la sua consapevolezza. Dare delle risposte a domande che il bambino ancora non si pone, avranno come diretta conseguenza quella di orientare il suo sapere, impedendogli di sviluppare la consapevolezza e della libertà di scelta. Sarà condizionato a dipendere passivamente dall’autorità, non a credere in se stesso e alla ricerca come metodo di conoscenza. In una mente così forgiata da un'ideologia religiosa sarà difficile far mettere radici ad altri metodi di conoscenza. Una materia come la religione, fondata sulla fede e sull’autorità, avrà spazio lungo il percorso di studi tra le discipline scientifiche, che hanno fondamenti contrari a quelli della religione e che si sono sviluppate in conflitto con essa. Finiranno per convivere in essa sullo stesso piano e in perfetta sintonia razionalità e superstizione, per cui consultare l’oroscopo o credere al potere di un amuleto non sembrerà affatto una cosa insensata. Quell’imprinting religioso infantile, spesso rinforzato nel corso degli anni da teorie magiche e filosofiche, attanaglierà tanto in profondità la sua Anima, che anche il giorno in cui entrasse in conflitto con le sue credenze, rimarrà lo stesso prigioniero delle convinzioni del passato o se ne potrà liberare solo in piccola parte. Le nuove scelte rimarranno per sempre condizionate da quelle vecchie. Sarà impedito alla stragrande maggioranza degli uomini di affidarsi completamente alla scienza e di poterne trarre tutti quei benefici che solo essa è in grado di trasmettere. Anzi proprio per questa ragione la ricerca scientifica ha fatto da sempre tanta paura ed in molti casi è stata ostacolata. Gli accesi dibattiti di questi anni intorno all’eutanasia, la fecondazione assistita, l’omosessualità, l’interruzione di gravidanza, le cellule staminali embrionali, i pacs creano conflitti assurdi nelle nostre società e soprattutto sofferenza in tanti milioni di persone, proprio perché impediscono l'espressione di pensieri liberi da pregiudizi filosofici e religiosi.
Tutto questo non vuole assolutamente mettere in dubbio la fede in Dio dei credenti, ma avvisarli del rischio che corrono se accettano passivamente gli insegnamenti religiosi, fatti troppo spesso di visioni magiche e di norme innaturali. Quando ti risvegli, nulla funziona come prima. I drammi in cui gli altri sono coinvolti non hanno più alcuna presa su di te. È una situazione nuova, quella che chiamo estasi vera, che sta ad indicare una profonda sensazione di benessere conseguente alla realizzazione della personale visione della vita di cui siamo diventati profondamente consapevoli e che ci realizza e ci appaga totalmente. L'Io e l'Anima agiscono in piena sintonia e realizzano i contenuti di quella particolare visione della vita che hanno appreso. Nel silenzio, quando ascolto le parole della mia Anima, le parole diventano profonde e piene di echi. Ecco allora comparire all'improvviso la possibilità di penetrare meglio ogni cosa e di leggere la realtà per coglierne l’estrema bellezza. Da questo nascono l’amore e la crescita spirituale che sono le espressioni pratiche dell’illuminazione pienamente realizzata. Vuol dire essere libero di esprimere i propri desideri senza avere paura di farlo, perché se non ci abituiamo all’idea che dobbiamo realizzarli, non potremo mai crescere, ma soprattutto diventare spirituali.
Ho dedicato tutta la mia vita a cercare un progetto valido per la crescita spirituale mia e di tutti coloro che lo desiderano attraverso i miei studi sulla mente e il mio lavoro di psicorieducatore che mi porta ad aiutare tante persone che vivono ingiustamente situazioni di disagio mentale causa di grandi sofferenze. Poi ci sono le conferenze, i seminari, i miei scritti e per ultimo, ma solo in relazione al tempo, l’Associazione Culturale che ho fondato nel 2006. Il compito principale di questa Associazione che si chiama Anima la tua Anima, è proprio quello di cercare di alleviare la sofferenza mentale. L’Associazione è anche un punto di riferimento per tutti coloro che avvertono la necessità di conoscere meglio se stessi, per riceverne un benessere psichico e fisico. Promuove l’incontro tra persone che vogliono comunicare tra loro con il linguaggio della fratellanza e della partecipazione, per contrastare l’attuale tendenza della nostra società di improntare i rapporti individuali e di gruppo nell’egoismo e nella competitività. Per questo l’Associazione si adopera affinché si imponga una visione nuova dell’uomo e in particolare della sua Anima. Non più magica, misteriosa e inaccessibile, Non più peccatrice e impotente di fronte al Dio creatore o alle forze della natura, ma faro di luce e guida per il mondo e l’intero universo. Questo si può ottenere attraverso la conoscenza dell’Anima, motore realmente palpabile, sorgente di vita, di energia e di salute per tutte le nostre attività. L’Associazione si propone di favorire la ricerca scientifica intorno alle strutture della psiche, per potere essere di contributo alla conoscenza delle malattie nervose e alla loro cura. Vuole essere così un punto di riferimento per coloro che soffrono di una qualche malattia mentale e per tutti quelli che avvertono la necessità di conoscere meglio se stessi allo scopo di ottenere un benessere psichico e fisico. In questa ottica vengono sviluppati anche progetti e organizzate iniziative nel campo dell'alimentazione e dell'attività fisica riconosciuti come pilastri per la salute della mente e del corpo.
Parte dei fondi reperiti vengono devoluti alle cure non farmacologiche di patologie mentali di persone che non hanno fonti economiche per potersi permettere tali cure. L’Associazione è nata piccola ma con grandi ambizioni, se ci saranno persone, come spero vivamente, in grado di sostenerla economicamente, perché per crescere ha bisogno anche di questo. Chi volesse conoscere meglio il mio progetto, può consultare Internet alla pagina www.animalatua anima.it dove potrà trovare tante notizie utili.
Sono solito dire a chi è alla ricerca della felicità che se siete soddisfatti della visione di voi stessi e del mondo, se questa determina in voi uno stato di benessere, proseguite nella vostra strada, siete già illuminati. Ma se, in tutta sincerità, le risposte che date ai quesiti più importanti che riguardano la vita non vi soddisfano, se non siete affatto sereni e sentite dentro di voi la voglia di cambiare, se le proposte a cui avete aderito vi hanno alleggerito solo per qualche istante, provate a prendere in considerazione ciò che vado dicendo.
Il percorso che vi propongo porta all'illuminazione, cioè alla piena consapevolezza che all'origine della sofferenza c'è la paura dell'abbandono e la mancanza di fiducia in se stessi. Il superamento della paura dell’abbandono e la consapevolezza del proprio valore è il risveglio, cioè il nirvana. Solo chi raggiunge il nirvana può vivere pienamente quella meravigliosa sensazione di benessere che si chiama estasi. Proprio in virtù del superamento della paura dell'abbandono non teme più la solitudine, Per il fatto di non essere coinvolto da nessuno in particolare, egli ha la possibilità di farsi coinvolgere da tutti per divenire cuore universale. Il condividere con gli altri questa sensazione di estasi e aiutarli a raggiungerla rappresenta il punto più alto di spiritualità. Questo è la strada che insegno a percorrere. E diventerete anche voi l'Avatar Kalki. Entrerete in sintonia con tutti gli esseri viventi e i vostri saggi desideri diventeranno realtà per voi e per gli altri. La salute mentale e fisica accompagnerà il vostro cammino e quello di tutti coloro che si avvicineranno a voi. La capacità di guarire voi e gli altri non sarà segno di potere o voglia di dominio, ma una maniera di stimolare gli altri a seguire il vostro percorso spirituale per creare un mondo veramente migliore. Alla stessa maniera di Gesù che faceva miracoli, non certo per mostrare la sua potenza, ma per avvicinare gli uomini ai suoi insegnamenti di verità.
Per fare tutto ciò è necessario che mettiate da parte formule magiche, visioni fantasiose e percorsi veloci. Cominciate con tanta umiltà a conoscere quello che di noi siamo in grado di conoscere. Non abbiate paura di affidarvi a ciò che la scienza ha scoperto intorno all'uomo e al mondo. Ve lo insegnerò con tanto amore e scoprirete che non è poco. C'è più poesia e spiritualità nelle affermazioni di uno scienziato di quante ne potrete trovare in mille formule magiche. Il riscontro è reale e i risultati visibili.